domenica 11 dicembre 2011

Bernardo.

Nel pomeriggio mentre lavoravo al computer mi arrivò una telefonata di Claudia.
-          Si?
-          Ciao bello, volevo invitarti stasera per una cenetta tranquilla..siamo in una decina di persone, verresti? -
-          Si, ok. Porto una bottiglia di vino. Bianco o rosso? -
-          mm, rosso. Ultimamente preferisco il rosso. -
-          Bene, a che ora? -
-          Per le 8,30. -
-          Perfetto. A dopo.  -
-          Ciao. -
-          Ciao. -

Finì il lavoro al computer e avvolgendomi nella mia enorme sciarpa grigia, mi recai al supermercato sotto casa per comprare una bottiglia di vino. Entrando salutai il ragazzo indiano che stava alla cassa poi mi lanciai deciso nel reparto vini. Pur essendo un piccolo supermercato perdevo sempre un sacco di tempo per decidere cosa comprare. Eppure aveva quattro vini in croce, e tutte le volte stavo lì impalato di fronte agli scaffali mentre tutti quelli dietro di me mi urtavano delicati sussurrandomi  “mi scusi”, “ permesso” mentre io ero indeciso tra il Custoza e il Nero d’avola dei quali conoscevo benissimo sia la qualità che il prezzo quindi la mia indecisione era totalmente priva di senso.
Alla fine optai per il Nero d’Avola.  Recandomi alla cassa notai che il ragazzo indiano che aveva sempre un sorriso per tutti, stavolta mi guardava un po’ affranto.
-          Salve, ehm, tutto bene?
-          Si.  Perché? –  risposi sorridendo.
-           Non ha una bella cera, la vedo un po’ pallido. –
-          Pallido? – domandai.
-          Si, un po’ grigiolino… – continuò lui.
-          Bho. Mi sento benissimo – dissi tirando fuori dal portafoglio i soliti 5 euro.
-          mm. – mugugnò lui mentre mi dava il resto e lo scontrino. –
Presi la bottiglia di vino e senza neanche salutare andai via mentre il ragazzo indiano continuava a guardarmi. 
Tornato a casa, posata la bottiglia di vino  e le chiavi sul tavolo bianco, mi guardai allo specchio del corridoio. Non notai nulla di particolare nel mio aspetto.  Il mio colorito mi sembrava quello di sempre, non particolarmente radioso ma neanche da malato terminale.
-          Bho.

Alle 8,30, nonostante il freddo di Novembre presi la bicicletta e con un sacchetto di tela con la bottiglia di vino dentro, mi recai a casa di Claudia. Sebbene facesse più freddo di quanto pensassi, non mi dispiacque pedalare con i Black Heart Procession nel lettore mp3.
Arrivai a casa di Claudia, scesi dalla bicicletta accaldato, tirai fuori il cellulare per farle uno squillo. Lei e i suoi coinquilini svampiti avevano il campanello rotto da un’eternità e quindi il telefono ne era diventato il sostituto. Notai Claudia che si affacciò alla finestra ma non mi notò poiché ero nascosto dalla colonna del cancello.
Aperto il portone, in due minuti ero di fronte alla porta dell’appartamento. Mi aprì la porta Marco. Il suo sorriso di benvenuto si trasformò in una smorfia di afflizione.
-          Mio dio. –
-          Eh?
-          Cosa…ma stai bene? Mio dio. Entra, entra…-
Entrai mentre Marco mi squadrava. Attraversato il corridoio oscuro e la sala con le luci basse entrai in cucina posando la borsa di tela con la bottiglia di vino sul tavolo.
Claudia che aveva il naso nel frigorifero si volto per salutarmi. Le zucchine che aveva in mano le caddero per terra mentre, atterrita, si portava una mano alla bocca.
Marco continuava a guardare prima me poi lei.
-          Ragazzi, cosa sta succedendo? -  dissi ridacchiando.
Non era la prima volta che si comportavano così. Inventavano sempre qualcosa, finti litigi, finte urla di dolore, simulazione di orgasmi provenienti dalle camere da letto e altre varianti di sorta.
-          No, guarda che non…
Suonò il cellulare di Claudia.
-          È Luca. –
-          Vado io. – disse Marco.
-          Tu siediti. – disse invece Claudia guardandomi torva. – Tu non stai bene e non sto scherzando, che hai combinato?-
-          Dai…basta.-  risposi ridendo.
-          No, guarda che non c’è nulla da ridere.-  sentenziò lei. 
In cucina entrò Marco con Luca. Luca per poco non cacciava fuori un urlo mentre gli cadeva dalle mani una scatola di biscotti. Il rumore della latta sul pavimento fu fastidiosissimo.
Luca, Marco e Claudia erano di fronte a me, mi guardavano con gli occhi sgranati.
-          Ma come fa a parlare ?! – disse Luca rivolgendosi agli altri due.
-          Non so da dove esca la voce…- rispose Claudia con un filo di voce. Marco raccolse la scatola dei biscotti con la mano tremante, continuando a guardarmi.
-          Ragazzi…vi giuro, non capisco. –
-          Ok. Portiamolo davanti allo specchio.- disse Claudio.
Marco e Luca mi alzarono di peso dalla sedia, trascinandomi quasi. Non capivo. Non riuscivo ancora a distinguere se si trattava di una delle loro solite sceneggiate pre-cena o se parlavano seriamente…Claudia aprì la porta del bagno e accese tutte le luci.
Marco e Luca mi spinsero dentro, quasi di forza, violenti.  Rimasero tutti e tre affacciati alla porta mentre ci guardavamo increduli a vicenda. Mi voltai, lentamente, finalmente davanti allo spec….
-          ARGH! -  urlai – dov’è la mia testa?! –
Non avevo la testa, eppure parlavo, sentivo, vedevo tutto! Sopra il mio collo vi era il vuoto, non c’era sangue, non c’era niente, solo aria.
Mi voltai, mozzato, verso gli altri, increduli quanto me. Poi, Claudia, incrociò le braccia e guardandomi, per così dire, sussurrò quasi singhiozzando:
-          Da quando ti ha lasciato hai perso veramente la testa…-







Bulgakov*

Avevo fame. Tanta fame, troppa fame. Quella fame che ti alzi dalla sedia ed inizi ad aprire tutte le ante e gli stipi e gli armadietti e il frigorifero e non c’è mai un cazzo, per intenderci. E quindi ti aggiri, nuovamente, per casa, rabbioso, aprendo ante, stipi, armadietti e frigorifero e ancora una volta non c’è niente sebbene tu abbia sperato di trovare quanto meno delle fette biscottate da mangiare così, a secco. E invece neanche quelle.
-          Compro qualcosa!-  urli. – un kebab!-  urli più forte.
Prendi il portafoglio, lo apri, e le tue finanze si aggirano intorno ai 70 centesimi, arrotondando.
Imprechi, però puoi andare sempre a prelevare al bancomat, in piazza, sotto casa.
Poi vedi la tua immagine riflessa nello specchio della camera e ti rendi conto che hai l’espressione di un fumatore d’oppio e il pigiama con i puffi.
-          No. Effettivamente non ho nessuna voglia di cambiarmi, né di uscire di casa. Ho fame adesso. La mia fame è qui, ora. –
Apri di nuovo il frigo.
-          dai! Non è possibile che non ci sia nulla!-
I ripiani dei miei coinquilini, partiti per Amsterdarm, stì stronzi, vuoti, come i loro cervelli, in questo momento probabilmente. Sento persino le loro risate fastidiose, in lontananza, distorte, prolungate, con gli angoli della bocca che gli arrivano alle orecchie.
- ma andate a cagare. –
Poi, ecco che improvvisamente cambia tutto. Provate ad ascoltare la canzone don’t be light  degli Air e capirete di quale atmosfera parlo.
Eccolo, il Santo Gral degli affamati. Una busta in fondo al frigo. Un sacchetto di plastica, bianco e immacolato come la Vergine Maria.
Afferro subito il mio tesoro egizio avvolto nella plastica. Chiudo il frigo con il piede mentre apro la fatidica busta.
Lo sgomento e il terrore. Delle stramaledette u o v a. Quattro uova racchiuse in una scatola di cartone grigia recante la dicitura: L’uovo Biologico! La natura direttamente a casa tua!
-          ma andate a cagare! -  ripeto, di nuovo.
Ho un problema con le uova. E non è colpa mia, bensì della mia immaginazione. Quando rompo le uova credo sempre di trovarvi qualcosa di strano e orribile. Feti di pulcini, zampette di qualcosa, mostri vari, macchie strane, bolle altrettanto strane. Una volta, osservando bene una di queste macchiette  mi ero convinta che ci fosse qualcosa di assolutamente alieno tanto da buttare l’uovo.
Solitamente quando racconto questa cosa agli amici, sorgono due scuole di pensiero. La prima, quella degli scettici mi guarda male e risponde:
-          Ok. Sei imbecille. -
La seconda, quella dei curiosi, sebbene mi guardi comunque male, risponde:
-          Effettivamente potrebbe accadere…-
La mancanza di un’idea precisa e dati scientifici sull’argomento mi impedisce di pensare in maniera razionale quando mi trovo dinanzi ad un uovo.
Sperando di poterle buttare, controllo la data di scadenza ma questa è ben lungi dall’essere vicina.
Sono veramente costretta a mangiarle. Almeno due. Potrei fare una frittatina, o farle bollire, giusto per sopravvivere a questa domenica di Ottobre. Eppure l’idea di aprirle, di sentire quel “crack” del guscio che si infrange sul bordo del piatto, il bianco lattescente che si spande lento e il tuorlo che si piazza lì, al centro, ballando un po’…
Non posso più esitare però, ho troppa fame. E dunque, prendo un piatto, una forchetta, afferro queste uova fatali* le guardo, con calma, cerco di prendere aria, chiudo gli occhi,  il guscio sta per rompersi….




2 GIORNI DOPO.
- Ma come? Non l’hai saputo?-
- No. Cosa?-
- è scoppiata la caldaia, domenica. C’era solo lei in casa, gli altri erano ad Amsterdam, pare che in mezzo al macello abbiano trovato un sacchetto con delle uova, integro. Assurdo.-

no uova.

Smarrimento cap.I

Tornai a casa dopo aver bevuto uno spritz nel baretto in Piazza Isolo, con vista sulla banca, avvolta nelle luci del tramonto.
In piedi in cucina, portai la mano alla tasca per estrarvi le chiavi e riporle sul tavolo, ripetei lo stesso gesto con la tasca posteriore dei jeans in cerca del portafoglio. Tastai sia la tasca destra che la sinistra ma del mio portafoglio non vi era traccia. Imprecai con cura e lentamente. Afferrai le chiavi con forza e volando per la scala ero di nuovo in strada. Corsi verso il bar preoccupandomi prima di mandare a cagare l’omino del semaforo rosso.
Percorsi Piazza Isolo e il suo pallore con calma sperando che il mio portafoglio si fosse adagiato da qualche parte in mia attesa ma naturalmente le mie speranze erano piuttosto vane.
Mi guardai intorno, credendo che tutti i passanti fossero lì per me, ad aspettare il proprietario di quel portafoglio trovato giusto 5 minuti fa, la piazza invece era incredibilmente vuota.
Mi avvicinai al bar, c’era il proprietario fuori, seduto sullo sgabello di legno, che fumava rilassato una sigaretta mentre i suoi clienti bevevano l’arancio dello spritz dai loro calici colmi.
Mi guardò sorpreso.
-          scusi, ha per caso trovato un portafoglio?-
il tizio ridacchiò.
-          un altro?-  rispose.
-          Come un altro?-
-          Ehi, bello. Forse hai bevuto troppi spritz-
-          Cosa?- 
Notai che un signore del tavolo vicino mi osservava insistentemente, anche lui sorpreso.
-          giovanotto, sta bene?- mi chiese.
-          Cosa?- dissi di nuovo. – sto benissimo, ho perso il portafoglio e dato che giusto 5 minuti fa ho bevuto uno aperitivo qui, sono tornato a cercarlo, sperando che ci sia. –
Il signore mi guardò quasi confuso, poi scosse la testa e rivolgendosi al proprietario disse:
-          quanto ha bevuto, scusi? -
il proprietario rise.
-          Giovanotto - continuò il signore – lei è già venuto qui, non si ricorda? Il suo portafoglio le è stato restituito. -
-          cosa?- urlai quasi – ma no! Si è trattato  di qualcun’altro! Non ho il mio portafoglio! –
 Cominciai a sospettare che il signorotto e il proprietario del bar fossero d’accordo. Immaginavo i miei documenti venduti ad un clandestino e i miei soldi nelle tasche del proprietario. Forse era il caso di chiedere almeno la restituzione dei documenti o forse era il caso di chiamare la polizia?
-          ok, ok. Calma-  dissi passandomi nervosamente un mano tra i capelli. – ehm, non farò storie…ridatemi almeno i miei documenti.- chiesi quasi sussurrando.
Il proprietario spalancò gli occhi e si alzò di scatto dallo sgabello. Il signorotto per poco non mi lanciava addosso il posacenere.
-          Senti, mi hai stancato, Bello lo scherzetto, adesso muovi il culo e vattene.-
Il signorotto si limitò a guardarmi torvo.
-          pezzi di merda.- dissi tra i denti. Incassando la testa tra le spalle, imboccai la strada di casa, nel mentre però telefonai ai carabinieri.
Ad un certo punto il proprietario mi piombò alle spalle.
-          che cazzo fai? Eh? Chi chiami?-
-          non sono affari che la riguardano. –
-          ah, i carabinieri magari! Guarda che ti faccio internare! Sei venuto qui 10 minuti fa e ti ho restituito il portafoglio! cosa ti serve? Droga? Eh? –


Mi fermai e guardai il ragazzo di fronte a me, teso.
- stai scherzando, vero? Non sono venuto qui e non mi avete dato nessuno portafoglio! perché sarei dovuto tornare!? -
- ok, amico. Tu non stai bene. Va dal medico, se vuoi faccio chiamare l’ambulanza…veramente.-
Il suo tono era improvvisamente cambiato, sembrava seriamente preoccupato per la mia salute, pensava fossi vittima di un qualche incidente.
-          ma io sto benissimo, non ho nessuna botta in testa.-
-          ok, comunque ti giuro che sei già passato dal bar, hai trovato da solo il portafoglio che avevi lasciato sul tavolo. –
-          si, si. Certo, come no.- dissi spingendolo via e andando dritto verso la strada di casa.
Tornato a casa, mi infilai in doccia cercando di far passare l’arrabbiatura.
Domani vado a far denuncia ai Carabinieri, mi dissi sotto l’acqua calda.